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Cammino nelle Terre Mutate

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Un viaggio zaino in spalla nel cuore dell’Appennino. 250km per attraversare 4 regioni dell’Italia centrale da Fabriano a L’Aquila.

A raccontare quest’altra emozionante esperienza, il nostro amico Fabio Stomaci. Buona lettura!

Finalmente si riparte. Dopo quasi due anni di stop, mi ritrovo su un treno direzione Fabriano, per imboccare il Cammino nelle Terre Mutate. I miei progetti erano ben altri, ma vedendo in TV un documentario incentrato su questo percorso, sento il dovere di dare in qualche modo il mio contributo.

Le Tappe del Cammino

Il Cammino nelle Terre Mutate si sviluppa lungo l’Appennino tra Marche, Umbria, Lazio e Abruzzo. Il progetto nasce nel 2019 per valorizzare le aree messe in ginocchio dagli ultimi 3 terremoti (2009, 2016 e 2017).

Zaino in Spalla sul cammino delle terre mutate

Zaino in spalla e si riparte!

Con me, c’è Martino Genchi, un venticinquenne di Cisternino che ho incontrato casualmente sulla Via Francigena del Sud, in compagnia del suo asino.

Alla mia proposta di condividere questa nuova avventura, non ha avuto un attimo di esitazione. Siamo certi che ci regalerà forti emozioni sia dal punto di vista paesaggistico, sia sotto l’aspetto umano dal momento che entrerò in contatto con la gente del posto, martoriata dal sisma.

Fabriano

Arriviamo a Fabriano nel primo pomeriggio e quindi approfittiamo subito di una visita della cittadina medioevale.

Sicuramente, tra le cose da vedere Fabriano, ci sono la piazza del Comune, dominata dalla fontana Sturinalto (1285), il palazzo del Podestà e il Portico di San Francesco.

Presso il bistrot l’Angoletto non solo ceniamo bene pagando poco (17€), ma ritiriamo la credenziale (un documento per apporre i timbri lungo il cammino).

Dove dormire a Fabriano: presso il Monastero benedettino di San Luca. Comodo da raggiungere dalla stazione, offre un’ottima ospitalità in camere molto semplici (15€ cadauno).

Tratta Fabriano – Matelica (26 Km 8h)

L’indomani, dopo una fugace colazione, partiamo carichi di entusiasmo dando inizio a questa avventura.
Lasciamo il centro di Fabriano ed imbocchiamo in salita il sentiero delle querce guidati dalle frecce segnaletiche che di tanto in tanto richiamano la nostra attenzione.
Sbuchiamo su asfalto in corrispondenza di una fontana pubblica, utile per rifornire le borracce.

Continuiamo lungo sentieri che si inerpicano nei boschi e ci portano, dopo 5 km, all’Eremo di San Silvestro del XVII
secolo. Lo visitiamo e avanziamo all’interno bosco sino alla cittadina di Esanatoglia (la città dei 7 campanili) dove ci concediamo un break con panini e birra.

Il borgo medioevale con le sue tre porte è molto bello, ma ancor più interessante è la Fonte di San Martino dove sgorgano acque freschissime.

Il percorso prosegue tra le colline spesse volte allo scoperto, tra carrarecce ed un po’ di asfalto.

Attraversiamo la periferia di Capriglia e Terricoli per giungere a Matelica.

Matelica, città di Enrico Mattei, ha un suo perché. Le dedichiamo un pomeriggio e chiudiamo la serata all’osteria Lintulì Lintulà che, su nostra proposta, offre degli ottimi prezzi (14€ pasto completo) per i camminatori.

Dove dormire a Matelica: B&B La casa di Silvia (doppia 50€) che si trova a 1km fuori percorso.

Tappa Matelica – Camerino (27 Km 8,30h)

Ci avviamo con buon passo ma dobbiamo tornare indietro perché la proprietaria del B&B si accorge di alcuni indumenti lasciati in camere e mi contatta tempestivamente. Chi non ha testa abbia buone gambe, dice il proverbio!

Lasciata Matelica, affrontiamo un altro inconveniente. I lavori di un grosso tunnel sbarrano il cammino e continuare è un’impresa. Riusciamo a oltrepassare la recinzione e deviando per i campi ritroviamo il percorso giusto.

Proseguiamo lungo tratturi e strade di campagna. Spesso avanziamo all’ombra e, di tanto in tanto, lungo i cigli
stradali veniamo gratificati dagli alberi di ciliegio carichi di frutta.

Sebbene il Cammino nelle Terre Mutate non preveda l’attraversamento del Borgo Santa Maria consigliamo di fare una piccola deviazione per visitarlo.

Vi abitano 20 persone e sicuramente, nella piazzetta della chiesa, incontrerete una ultraottantenne lieta di raccontare le sue vicissitudini. Troverete anche due fontane attive, che non guasta!

Proseguendo di circa 2km, raggiungiamo Borgo Sant’Angelo. Ad accoglierci, lo sciabordio del lavatoio della comunità da cui sgorga acqua freschissima da bere e per rinfrescarsi. Anche in questo piccolo centro tutto ingabbiato con travi in legno, non si vede di gente in giro.

Proseguendo nel bosco, incrociamo dei saliscendi prima di giungere al fiume Potenza.

L’interesse per Pioraco (il borgo dell’acqua), ci fa imboccare la variante sbagliata. Fortunatamente però, giunti nella parte bassa, risaliamo verso questo antico avamposto romano.

Incastonata nella gola, vediamo la grossa fabbrica che sfruttando la forza del fiume, produce la famosa carta di Fabriano.

Prioraco mostra ancora tutti i segni del terremoto ma ferve di vita e vale la pena spendervi qualche ora. In un alimentari allestito in un bungalow, mentre acquistiamo birra e panini, ci consigliano di tornare indietro seguendo il sentiero Li Vurgacci.

I camminatori più folli come Martino possono cimentarsi in un bagno nelle rapide ghiacciate del fiume Potenza che costeggia il sentiero!

In direzione Seppio, segnaliamo che lungo il cammino c’è un’altra fonte di acqua fresca non riportata in guida.

Camerino ci accoglie attraverso una porta tutta ingessata con travi di sostegno in legno. La città, famosa per le sue università, si presenta blindata e svuotata.

In centro ci piange il cuore nel vedere che, sebbene ci sia tanta voglia di ripartire, ancora mancano le persone. Solo un locale di ristorazione è aperto e fortunatamente i tavoli sono prenotati.

Dove dormire a Camerino: presso il Monastero di Santa Chiara, dove veniamo accolti con donativo in una struttura nuova assolutamente consigliata.

Camerino – Fiastra (21 Km 6,30h)

Salutiamo la città universitaria di Camerino e dopo un discesone su asfalto entriamo nella campagna e nei boschi marchigiani. In contrada San Luca e in contrada Colle Altino incrociamo due fontane: piccole oasi per i camminatori, ecco perché le cito sempre! Lungo la discesa, intravediamo il lago di Polverina ma preferiamo fare sosta nell’omonimo borgo.

Finalmente, entriamo nel Parco dei Sibillini e avanziamo in salita su asfalto e spesse volte all’ombra della vegetazione. Non ci accorgiamo della svolta del sentiero e proseguendo erroneamente, finiamo nel piccolo borgo di San Martino.

Qui il tempo si è fermato il giorno del terremoto. Vediamo case diroccate con le stanze interne a vista che raccontano una vita familiare che non c’è più. Girovaghiamo in silenzio e nel massimo rispetto per il dolore che il terremoto ha provocato nella popolazione.

Weekend nei Sibillini: escursioni e prodotti tipici

Dopo 1km riagganciamo il nostro sentiero che ci conduce dapprima a Bolognesi (nulla di particolare da segnalare se non una fontana funzionante) e poi finalmente Fiastra.

Lago di Fiastra

Il Lago di Fiastra

Ne approfittiamo per una tappa al lago artificiale di Fiastra per fare un bagno alla foce del fiume Fiastrone.

Una bellissima esperienza in acque fredde e pulite. Rigenerati, siamo saliti sulla vecchia rocca dove, oltre ai ruderi vi sono una chiesa ed un campanile. Anche qui tutte le attività commerciali e le case sono state portate nell’area SAE (Soluzione abitativa di emergenza).

Dove dormire a Fiastra: presso il Rifugio di Tribbio dove incontriamo Maurizio, un altro viandante milanese e, verso sera, un gruppo di escursionisti stranieri che stanno percorrendo il circuito GAS (Grande Anello Sibillini). La struttura offre la mezza pensione a 45€ e quindi ne approfittiamo.

Fiastra – Visso (33 Km 11h)

La tappa è decisamente impegnativa.

Partiamo all’alba e un sentiero spacca gambe ci porta da quota 700m a quota 1250m di Fonte del Pozzo.

Chi non se la sente, può optare per uno sterrato che sale più lentamente ma in questo caso, obbligatoriamente, dovrete fare rifornimento di acqua perché per 20 km sino ad Ussita non troverete altre fonti.

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Panorami lungo il cammino Fiastra-Visso

A quota 1400m il paesaggio ci entusiasma perché dai crinali su cui ci troviamo possiamo ammirare spettacolari panorami.
Eppure l’acqua scarseggia. Incrociamo un abbeveratoio utile solo per rinfrescarci e poco oltre, una struttura con due vasche di decantazione che sicuramente lo alimentano. Abbiamo sete e non ci curiamo della potabilità, incrociamo le dita e ci riempiamo le bottiglie.

Poco oltre, prendiamo la variante per il Santuario di Macereto perché anche se allunghiamo di 3km veniamo ripagati dalla visita di questo complesso religioso del 1500. Ahimè, non ci sono fontane.

Proseguiamo dunque in salita sotto un sole implacabile sino a giungere nella località Le Arette dove si trova il rifugio di san Benedetto (purtroppo in stato di abbandono).
Dal rifugio scendiamo con passo più spedito verso Ussita perché il tratto è all’ombra della vegetazione.

La tappa doveva chiudersi qui ma non troviamo alloggio quindi ci tocca percorrere altri 7 km sino alla cittadina successiva.

Purtroppo mentalmente non sono preparato e il percorso in salita e sotto al sole mi mettono a dura prova. Da 700m saliamo a 1100m e giunti vicino ad una imponente torre iniziamo a scendere nel paese di Visso. Il centro è ancora zona rossa ed è un colpo al cuore.

Per cena, ci fermiamo a mangiare alla pasticceria Vissana che a prescindere la destinazione d’uso ci prepara un menù completo a 13€.

Dove dormire a Visso: presso il B&B il Borgo, una struttura realizzata nei moduli abitativi che ha l’unico difetto di farci deviare di 1,5km dal nostro itinerario.

VISSO – NORCIA (24 km 8h)

Dopo il tratto di ieri che è stato veramente duro, oggi salutiamo Visso attraversando il fiume Nera che, a dispetto del nome, ha delle acque limpidissime. Il fiume infatti fin dall’antichità aveva acque biancastre per effetto dello zolfo presente chiamato Nar dai Sabini. Niente a che vedere dunque col colore nero, al contrario!

Avanziamo in salita in modo graduale tra i boschi per diversi chilometri. Giunti a quota 1000 m si apre uno scenario sulle valli molto suggestivo. Proseguiamo ancora sino a 1200 m e poi rapidamente giù, lungo un sentiero sconnesso.

Incrociamo altre 3 coppie di camminatori in senso inverso, loro stanno percorrendo il GAS (Grande Anello Sibillini). Prima di giungere a valle nella nuova Campi, imbocchiamo un sentiero che ci porta alla Campi Vecchia, mantenendo la stessa quota. Sconsiglio di seguire questo percorso, perché termina nelle macerie del borgo ed è pericolosissimo attraversarlo.

Uscire da questo labirinto di macerie e vegetazione che si sta appropriando di tutto è veramente difficoltoso, ci sentiamo quasi in trappola. Dopo diversi tentativi finalmente riusciamo a trovare uno sterrato che porta giù, lasciandoci alle spalle la chiesa squarciata a metà che guarda l’intera valle.

A Campi c’è solo la pro loco che ha attrezzato un’area sosta dove si possono ordinare dei panini e delle birre.

Ripartiamo per 6 km, lungo una salita tenace ma graduale. Giungiamo a Forca di Ancarano, dove è segnalato un fontanile ma nel mese di giugno è ormai quasi secco. Finalmente varchiamo porta San Giovanni e ci troviamo a Norcia.

La cittadina che ha dato i natali a San Benedetto si presenta molto bella, con le sue mura, i suoi vecchi palazzi, la piazza col castello. La devastazione dei terremoti è testimoniata ancora dalle due chiese che hanno preservato solo le facciate mentre tutto il resto è crollato. Norcia però non presenta una zona rossa, vi sono turisti in giro e tanti negozi che propongono le leccornie della valle. Qua una bella scorpacciata di salumi e formaggi non si può non farla!

Il giornalaio dell’edicola del Corso, anche lui appassionato camminatore, ci consiglia il ristorante il Tartufo (20€), si mangia bene con porzioni abbondanti, promosso!

Dove dormire a Norcia: presso l’Ostello il Capisterium (20€), una nuova e confortevole struttura in cui riposare le “stanche membra”.

NORCIA – ARQUATA DEL TRONTO (35 km 11,30h)

Partiamo grintosi, visto che ci dobbiamo portare da quota 600 m a 1600 su un sentiero sconnesso di 7 km. Dopo la prima ora in ombra tra i boschi, usciamo su delle aree scoperte che ci permettono di ammirare un panorama bellissimo sulla Valnerina. Continuando in salita, sbuchiamo sull’altro versante vedendo in lontananza la Piana di Castelluccio.

Un tempo era un lago, oggi è un turbinio di colori di fiori di papavero, margheritine e lenticchie in fiore!

Presi dall’emozione ed a causa di scarse indicazioni, usciamo dal nostro percorso e perdiamo un’ora per rimetterci in carreggiata. Improvvisando, proviamo a scollinare su terreno impervio. Incredibile la massiccia presenza di turisti accalcata nei punti più panoramici per godere questo spettacolo di colori!

Il Cammino nelle Terre Mutate ci fa scendere di quota, ci fa attraversare tutta la Piana di Castelluccio fino a farci raggiungere un fontanile con acqua incredibilmente ritemprante.

Saliamo quindi verso Castelluccio di Norcia. Anche qui sono evidenti i danni del terremoto, ma la presenza dei turisti consentirà una ripresa più rapida. Unico neo, il conto esoso per due panini, un tagliere e una birra.

Ripartiamo sotto un sole cocente imboccando una carrareccia che attraversa la piana. Avanziamo guardando a sinistra il monte Vettore e continuiamo a salire sino a Forca di Presta a quota 1550m, un punto panoramico con un fontanile di acqua benefica per dei camminatori esausti.

Qui vi sono diverse roulotte che vendono panini e bibite ed è un ottimo punto di partenza per scalare il monte Vettore e visitare il Lago di Pilato, il lago con gli occhiali.

Ripartiamo dopo un bicchiere di vino offerto da uno scalatore di Como e, nonostante le indicazioni della guida cartacea, sbagliamo sentiero uscendo fuori dal nostro itinerario. L’imprevisto ci costa un’ora di cammino tra le spine!

Dopo tanta fatica per ritrovare il cammino giusto, giungiamo in prossimità di Pretare. Vediamo un grosso, invitante ciliegio ed è lo stesso proprietario Romualdo ad aprire il cancello per farci fare incetta di frutta. Per ringraziarlo di tanta cortesia, lo invitiamo al bar con noi.

Per fortuna, visto che siamo sfiniti, il cammino è tutto in discesa tra Piedilama e Arquata del Tronto, meta finale della tratta odierna.

Dove dormire ad Arquata del Tronto: presso il Centro Agorà (20€) una struttura eccellente. Per cena, scegliamo il ristorante Ponticello (15€).

Arquata del Tronto – S. Angelo (30km 8.30h)

Dopo una colazione leggera, alle 6.30 ci avviamo e ci addentriamo in salita nel bosco. Sbuchiamo su asfalto e all’altezza di Pescara del Tronto, troviamo un fontanile. Il percorso sulla vecchia Salaria ci permette di recuperare forza nelle gambe. Rientriamo nei boschi e del borgo di Tufo, purtroppo, è rimasto solo il cartello.

Avanzando in salita ci troviamo di fronte ad una proprietà privata con un ricovero. Il proprietario Pasquale Perozzi, ex bersagliere, ha il piacere di condividere caffè e liquore con noi. Il cammino è fatto anche di queste piccole grandi condivisioni.

Ripartiamo in salita e dopo 7 km sbuchiamo ad Accumuli, o meglio, nel SAE (Soluzione abitativa di
emergenza). Il paese è tutta zona rossa e quindi si tira avanti. Abbiamo percorso 15km ma non abbiamo incontrato  alimentari o bar né li troveremo per tutta la tappa, quindi approfittiamo degli alberi di ciliegio per rifocillarci.

Giungiamo a Casale. Qui il terremoto ha ucciso 11 dei 100 abitanti. Ce lo racconta un sopravvissuto capitato nel borgo solo per una questione di routine. Il paese non esiste più. C’è solo una fontana dove attingere un po’ di sollievo. Davvero angosciante.

Dove dormire a Sant’Angelo: presso l’Associazione Insieme per S. Angelo (donativo) dove siamo accolti da Gabriella. Ogni fine settimana viene a trovare sua madre Paolina ultracentenaria. Quando sente che siamo affamati ci prepara subito una crostata e per la sera si offre di cucinare per noi a patto che facciamo la spesa. Incontriamo altre due camminatrici, Francesca e Gabriella. Finiamo col cenare in compagnia della gente del posto mentre Martino ci intrattiene con la chitarra.

Sant’Angelo – Mascioni (36km 9,30h)

Ripartiamo su asfalto ed in salita per Amatrice. Dopo 5 km varchiamo il centro, che non riconosco per niente. I militari ci informano che non avremmo dovuto percorrere quella strada a piedi, ma ormai siamo lì. Andiamo oltre.

Entriamo nel bosco e da 900m su sterrato arriviamo con non poca fatica a quota 1500 lungo un sentiero sconnesso. Di tanto in tanto la vegetazione si dirada e riusciamo a vedere paesaggi bellissimi sui Monti della Laga e sui Sibillini.

Finalmente, dopo 17 km, troviamo una sorgente che sgorga dal terreno. L’acqua è così fredda che non solo ci rinfreschiamo ma beviamo senza curarci della potabilità. Non è la prima volta che lo facciamo e nessuno dei due finora ha sofferto di stomaco. Sono acque freschissime e leggere che non si smetterebbe mai di bere col caldo che soffriamo.

Il sentiero diventa un cammino tra fiumi, laghi e fontanili.

Scendiamo verso Campotosto. Del paese, dopo 3 terremoti, rimane poco. La piazza principale, ripulita dalle macerie, accoglie nei bungalow una farmacia, una locanda ed un alimentari, dove prendiamo panini e birra.

Qui dovremmo chiudere la tappa, come suggerito dalla guida ed invece a mezzogiorno riprendiamo una salita tosta, rifacendo per 1km lo stesso tratto. Avanziamo sino al monte Cardito (1600 m). Il paesaggio si apre sul lago e su tutte le catene montuose compreso il Gran Sasso, mentre il sentiero avanza tra le ginestre fiorite.

Il sentiero che scende a valle è scarsamente segnalato. A 1300 m giungiamo a Poggio Cancelli, altro borgo di fontane e fontanili. Riprendiamo lo sterrato in salita per giungere sui 1600 m del monte Mascioni. La dura salita viene parzialmente addolcita da rivoli d’acqua che ci permettono di rifrescarci.

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Il lago di Campotosto

Il percorso, via Mascioni a 1400m, ci fa approdare sul lago di Campotosto, uno degli invasi più grandi d’Europa.

Dove dormire a Mascioni: presso il Rifugio Alimonti (20€ cadauno), una bella struttura sul lago che mi sento di consigliare. Per cena, spesa al market e Martino ci delizia ai fornelli.

Mascioni – L’Aquila (35 km 9 ore)

Oggi dovremmo chiudere questo Cammino. Costeggiamo il lago per un tratto. Alla prima sosta, ci aggancia Mauro, un
varesotto simpaticissimo che decide di proseguire il cammino con noi. Nella boscaglia, lungo il sentiero poco
chiaro perché invaso dalla vegetazione, incrociamo Michele. E’ un camminatore trevigiano molto schivo ma dobbiamo aiutarci nel cercare la traccia giusta.

Secondo la guida dovremmo trovare il primo punto acqua a 25 km, ma quando giungiamo in vetta, in corrispondenza della cappella di san Vincenzo, troviamo un grosso fontanile con abbeveratoio che offre acque freschissime. Strano che la guida non lo segnali.

Intorno a noi ci sono solo prati. Avanziamo allo scoperto e dopo 2 km troviamo un altro fontanile. Il cartello ci mette in guardia: l’acqua non è potabile ma noi siamo assettati e lo ignoriamo (sconsigliato, ovviamente).

Giunti a 1500 m si inizia a scendere sotto il sole implacabile sino al borgo di Collebrincioni. Il nostro sguardo viene attirato dal volo di due aquile che planano alla ricerca di qualche preda su queste creste montuose. La natura dà spettacolo da queste parti!

Nel borgo di 400 anime non ci sono alimentari e il circolo cittadino che funge da bar apre solo nel pomeriggio.
Incrociamo Mario, un anziano falegname a cui chiediamo dove comprare delle birre. Ci prende in simpatia e ce ne regala 6, invitandoci a berle in piazza. Qui incontriamo un gruppo dei piemontesi equipaggiati con due pulmini e una guida. Hanno appena finito di pranzare e siccome condividiamo con loro le birre, ricambiano offrendoci salame e formaggio, non ci poteva andare meglio!

Ci rimettiamo in cammino, in direzione dell’ultima tappa da 9 km. Dopo circa 3km arriviamo al Santuario della Madonna Fore con un’altra fontana di acque speciali.

La lunga periferia del capoluogo abruzzese ci catapulta, ahimè, in atmosfere urbane in netto contrasto con la totale immersione nella natura degli ultimi giorni.

Entriamo nelle mura dell’Aquila all’altezza della Fontana Luminosa. Tagliamo il centro passando dalla Chiesa di San Bernardino e scopriamo una città viva ed accogliente. Lo scempio del terremoto ormai sembra un brutto ricordo.

Usciamo dalle mura ed arriviamo nella Basilica Santa Maria di Collemaggio (1288). Oltre a essere il luogo di sepoltura di San Celestino, è il simbolo del riscatto dal terremoto del popolo aquilano.

La sera, nonostante la stanchezza, ce ne andiamo a festeggiare in centro. Siamo partiti in due, arriviamo a destinazione in quattro. Voi, non brindereste?

Dove dormire a L’Aquila: presso la Frank House che consiglio perché sebbene sia molto economica (32€ totale) è davvero comoda e confortevole.

Anche questa esperienza si conclude. Sicuramente ci ha regalato tanta fatica ma anche tanto arricchimento interiore, amicizie che coltiveremo nel tempo e luoghi che resteranno nel cuore. Non esiste SCUOLA MIGLIORE DEL VIAGGIO.
Buon cammino.

P.S. questo cammino è stato fatto dal 19 al 28 giugno 2021.

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